Io sono convinto che Berlinguer e Ingrao c’entrino poco (altri tempi, altri politici, altro Paese, diversi pure i soldi che giravano: e comunque non è detto che facessero bene a mescolare i piani). E credo che un parlamentare debba lavorare in Parlamento: se non ci riesce perché non ha tempo si dimetta, specie se ha cinque o sei legislature alle spalle.
— Piovono rane - L’assenteismo di D’Alema (e quello di Berlinguer)
Pensate se voi ed io fossimo italiani e fossimo cresciuti dall’infanzia ad ora minacciati continuamente da confessionali, prigioni e sgherri infernali, potremmo voi ed io esser migliori di loro? Saremmo noi così buoni? Io, se ben mi conosco, no.
— Charles Dickens (citato in Giordano Bruno Guerri, Gli italiani sotto la chiesa)
Se per posto fisso intendiamo un posto di lavoro che ha una sua stabilità e delle tutele è ovvio che è un valore positivo. La frase che ho usato diceva che i giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita, non lo avranno come capitava ancora nella mia generazione” in cui si aveva “un lavoro stabile presso un unico datore di lavoro, in una stessa sede per tutta la vita
— “Posto fisso monotono”, dietrofront del premier Monti. Anzi no …
IL CONCETTO DI SPUMAZZA
Ancora a proposito della retata antievasione di Cortina. Uno degli argomenti dei censori è in sintesi: troppa scena.
Spumazza, si definisce tecnicamente nel dialetto siciliano l’eccesso di evidenza, la teatralità di un gesto.
Fa spumazza il portiere che si butta e rotola dopo aver intercettato un tiro scamuffo.
E, in effetti, anche la polizia che adopera l’elicottero per sgominare un gruppo di lavavetri fa molta spumazza.
Però, nel caso di Cortina, la spumazza trova una sua giustificazione nel momento storico che stiamo vivendo. È una finestra temporale limitata, durante la quale forse è possibile invertire il senso del circolo, da vizioso a virtuoso. Per farlo, lo Stato deve convincere i suoi cittadini di voler finalmente fare sul serio.
Esiste una maggioranza silenziosa di persone che paga le tasse e vorrebbe pagarne di meno, ma è sfiduciata, perché vede che la minoranza composta da quelli che non le pagano trova persino la sfrontatezza di lamentarsi.
Ecco, caro Stato: questa maggioranza silenziosa avrebbe moltissima voglia di credere in te.
Cerchiamo di venirci incontro.
— R.Alajmo
Un “irresponsabile vanitoso ed incapace”, che fa “da portavoce e megafono” a Vladimir Putin. Un leader “debole sia politicamente che fisicamente”, continuamente perso nell’organizzazione di “feste selvagge”. Un Premier che “antepone gli interessi personali a quelli del Paese”, e che a Washington “suscita profonda sfiducia”. Sembra incredibile, ma la più grande fuga di segreti di Stato della storia dell’umanità non è riuscita ad intaccare minimamente l’immagine del Presidente del Consiglio italiano. Peggiorarla era oggettivamente impossibile.
— E non ho nient’altro da aggiungere.
In questi ultimi vent’anni Berlusconi ha dominato l’agenda dei media e la vita politica del paese. Ha promesso agli italiani felicità, ricchezza, prosperità. Tutte cose di cui oggi in Italia non c’è traccia. Il paese va incontro da anni ad un impoverimento progressivo, ma non riesce ad immaginare un’alternativa a Berlusconi. Questo è frutto della sua abilità di comunicazione. Berlusconi comunica con il suo elettorato non facendo ricorso a dati oggettivi reali, non ad una logica stringente, ma piuttosto secondo una continua e permanente narrazione. La felicità di cui si è fatto garante è una felicità virtuale, una rappresentazione, una fiction. Ma nella società della comunicazione solo la fiction sembra avere consistenza reale. Come un prestigiatore riesce a far credere al paese che la sua personale fortuna può essere condivisa da tutti o, più semplicemente che avere successo, diventare vip, è preferibile a un normale lavoro da metalmeccanico. Viviamo nel precariato ma aspiriamo al lusso. Applicando un’analisi realistica alla realtà avremmo maggiori certezze, ma dovremmo ridimensionare i nostri sogni. Parafrasando Mussolini potremmo dire che è meglio un giorno da velina che cento giorni da operaia
La cultura del discutere, verificare, contrattare non è di questo governo. E non è così che si chiude il rubinetto dell’illegalità. La norma della Bossi-Fini che dà solo sei mesi di tempo a chi perde lavoro per cercarne un altro, va cambiata.
Come non si può dare la caccia a chi ha il permesso scaduto e vuole rinnovarlo. Irregolarità è anche il prodotto del blocco delle quote di ingresso annuale con la chiusura conseguente di qualsiasi canale di ingresso regolare. E qui che si specula sul lavoro nero alimentando coercizione e sfruttamento.
Insomma va cambiata la normativa che produce solo danni alle persone e non elimina la fabbrica della clandestinità. Ma il governo ha altro da fare.
Quelli che dovrebbero governarci, insomma, si rivolgono ad un paese che non esiste più, e il bello è che lo fanno con la tracotanza senile di chi pretende non soltanto di conoscere la realtà, ma perfino di disciplinarla: reperti malinconici di un’epoca completamente superata dalla realtà, mimano il piglio dei leader ma si ritrovano sempre più spesso a parlare da soli sbrodolandosi addosso.